scarica l’invito GfK-Eurisko Cinqueminuti 44 Febbraio 2012
Verso una società senza vecchi? è il titolo del convegno organizzato per il 21 marzo da GfK – Eurisko (Centro Svizzero in via Palestro 2, Milano)
22 febDazeroacento. Arte e scienza si confrontano sulle età della vita.
22 feb
visito il sito della mostra: www.dazeroacentolamostra.it
Oltre il botox. Gli attacchi di panico dei cinquantenni e la luce in fondo al tunnel: ormone della crescita.
19 feb

A un certo punto il botox non basta più. E nemmeno il Viagra. L’invecchiamento non è solo l’incubo delle donne. Quando si imbocca il viale del tramonto, quando le ossa cominciano a scricchiolare, la pancia a debordare, il metabolismo a dire addio, le défaillance a non stupire, anche gli uomini vengono presi dal panico. Al cinema, poi, è terrore puro: nessuno vuole vedere un corpo flaccido su uno schermo di venti metri. Si comincia col dover allontanare il giornale per metterlo a fuoco, poi un giorno il colpo della strega, i reumatismi, e non si smette più di scivolare. Nonostante gli integratori, gli allenamenti, le terapie d’ossigeno, i bagni con le sanguisughe di Demi Moore, la placenta, meglio se appena estratta, spalmata sulla faccia di Madonna. A Hollywood sognano tutti un ritratto da chiudere nell’armadio che invecchi al posto loro e che li lasci per sempre tonici, vigorosi, splendidi. E la ricerca dell’elisir della giovinezza ha prodotto notevoli mostri, facce immobili e stupite incapaci persino di dimostrare la superiore disperazione dell’invecchiamento. Un giorno un attore, depresso per quel che vedeva nello specchio e convinto dell’inarrestabilità del fallimento, incrociò in bagno un amico, durante una vacanza, che invece di tirare cocaina si stava infilando un ago nella pancia. Che nuova droga è? “H.G.H., ormone della crescita, mi ha fatto ringiovanire di dieci anni”. Il tizio in effetti sembrava in gran forma. Ma insomma, H.G.H.: non era quella schifezza che usavano i giocatori di baseball pompati? Lui non voleva tutti quei muscoli. Ecco, però, la luce in fondo al tunnel. Vanity Fair Usa, nel numero di marzo, ha raccontato questa nuova moda. “Se vedete in giro un attore cinquantenne con l’addome sbrindellato e le vene in rilievo negli avambracci, probabilmente sta prendendo H.G.H.”. Naturalmente nessuno lo ammette. Gli unici a farsi avanti sono stati Sylvester Stallone, Nick Nolte, Oliver Stone. Gli altri ne parlano come si parla della gente che si fa il botox o prende il Viagra. Non sono mai loro. Ma non riescono a nascondere l’entusiasmo. Impenna la libido, aumenta la massa muscolare e la densità ossea, uccide il grasso, spiana le rughe, illumina la pelle, regala una nuova vitalità. “E’ una forza ringiovanente”, dice un medico di Beverly Hills, ovviamente entusiasta della longevità prêt à porter. Da quelle parti le cliniche sono piene di gente entusiasta di stringere in mano la diagnosi di deficit di ormone della crescita e relativa ricetta (un trattamento di un anno costa da diecimila dollari in su). All’aeroporto di Sidney, nel 2008, Stallone fu beccato con quarantotto fiale di H.G.H. nella valigia e disse a People: “Chi li chiama steroidi è molto disinformato. Fate attenzione alle mie parole. Nel giro di dieci anni, saranno medicine da banco”. Un regista di Hollywood: “Vi dico perché prendo il liquido della giovinezza. Perché mi piace scopare. E come altri patetici insicuri hollywoodisti, a cinquant’anni ho avuto un attacco di panico”. Quelli che lo prendono da anni, sostengono che la loro vera età si è dimezzata. Quelli che hanno appena cominciato dicono che sentono una forza che nemmeno a vent’anni, e sicurezza e buonumore. A nessuno importa degli effetti collaterali (terribili), l’essenziale è non fare mai più cilecca e non sembrare vecchi. Le signore, a questo punto, per tenersi un marito possono solo confidare nella reincarnazione in vita.
Are More Hollywood A-Listers Taking Human Growth Hormone to Stay Young?
In the words of one actor who used H.G.H. for two years—and over that time noticed some improvement in his skin and muscle tone: “I guess the only thing I know for sure is that starring in movies is great until you get man tits.”
Il declino (non) comincia a 45 anni
19 febdi Maria Luisa Agnese (fonte: Il Corriere della Sera, 18 febbraio 2012)
La scivolata di Madonna sul palco dei Super Bowl non è stato solo un infortunio, ma il simbolo di un momento non felice per la cantante alle prese con le più giovani concorrenti, un film che non decolla, e una figlia, Lourdes, splendida e in ascesa che sembra una rivale in casa, ancora più insidiosa di Lady Gaga. E che le ricorda che nonostante i lifting, i muscoli guizzanti e l’indomita volontà, il tempo passa anche per lei. E quella scivolata fuori programma dell’ex material girl diventa anche simbolo della caduta di una generazione che sembrava invincibile e invece mostra nuove sorprendenti fragilità: Demi Moore ricoverata per un cocktail micidiale di alcol e farmaci perché non ha saputo reggere alla fine di un amore, Whitney Houston che proprio sulla soglia della mezza età soccombe alla spirale di droga e alcol in cui era caduta, fino a Kim Cattrall, la Samantha di Sex and The City, bandiera — nella fiction — della donna che non deve chiedere mai e che invece questa volta — nella vita — viene lasciata dal suo toy boy. Le cronache recenti ci raccontano dunque di insospettabili fragilità dietro la facciata. La boa dei cinquanta non sarebbe più la nuova età dell’oro ma una zona di nuovo pericolo per le donne e anche per gli uomini contemporanei («adolescenti di ritorno» secondo la psicologa Gianna Schelotto), babyboomers abituati fin dalla nascita a confrontarsi con il mito estetico della perfezione corporea e con quello titanico della giovinezza a tutti i costi. Passaggio a rischio, tanto più che l’orologio biologico inchioda a 45 anni l’inizio del declino senile, e che secondo le ultime ricerche anche sul lavoro la vecchiaia comincia allora: dopo i 45 anni le imprese smettono di investire sul lavoratore, mostrando di considerane l’età una nuova criticità, secondo una recente indagine di Diversity Management della Sda Bocconi. Insomma, verrebbe da chiedersi, la vita non comincia più a 45 anni, come il codice prevalente nel nuovo millennio ci aveva illuso che fosse? Non è più vero allora che la curva della felicità risale proprio alla soglia dei 50, con una portentosa ansa a U, puntando verso l’alto e verso nuovi provvidenziali equilibri, come ha raccontato qui sulla 27esima ora Barbara Stefanelli? La risposta, secondo Andrew Clark, il brillante economista che ha disegnato questa curva della felicità, sta nell’atteggiamento con cui si affronta il passaggio. E nella lucidità con cui si guarda al proprio percorso di vita, che può essere liberatoria di energie e di progetti. «A venti o a trent’anni potevi anche illuderti, ma a 50 hai ridimensionato le ambizioni (io per esempio so che non farò mai l’ambasciatore), e sei felice di quel che hai». Ed è proprio quel delicato passaggio dell’accettazione di sé che segna la differenza fra chi soccombe perché guarda indietro, alle ansie della gioventù e al mito dell’eterna giovinezza, e chi risale la china, perché sa guardare avanti. Arrivata alla soglia dell’età fatale Naomi Wolf, l’autrice del Mito della bellezza ha scritto e pubblicato sul Corriere un piccolo saggio autoconsolatorio, ma che può confortare anche le sue coetanee, pieno di attestati di rassicurazione. «Quando frequento gli incontri di società, le donne che più mi colpiscono non sono le bellezze ventenni. Le donne che attirano su di sé tutti gli sguardi sono donne di grande carisma personale e con un passato fatto di conquiste importanti, e di solito si tratta di donne di mezza età». E conclude: «Pertanto, a rischio di sfiorare la scorrettezza sociale, voglio deviare dal solito copione e invitare tutte le donne di una certa età a unirsi a me. Molte di noi non provano particolare rammarico né nostalgia per il loro aspetto fisico di gioventù. Molte di noi stanno molto bene con se stesse come sono adesso. Mi piaccio così come sono». Sembra quasi un manifesto di autostima collettiva, ma può aiutare. Racconta la scrittrice e sceneggiatrice Carla Vangelista che in occasione dell’uscita del libro Rivoluzione N.9 scritto con Silvio Muccino, si è ritrovata sui giornali ringiovanita oltremisura per eccesso di photoshop, a sua insaputa. E la sorpresa l’ha lasciata oltremodo spaesata. «Non mi riconoscevo e non mi riconoscevano gli altri. La verità è che la verità di una faccia normale purtroppo crea scandalo. Ma io rivendico il diritto a vivere la mia età senza vergognarmene». Sono il modo e l’intelligenza, l’equilibrio dietro alle scelte, che fanno la differenza, come suggerisce in questa pagina Lina Sotis. E a quel punto anche la scelta più azzardata, quella dell’amore più giovane, può essere sostenuta con consapevolezza. E voi che cosa ne pensate è possibile con la vita che si allunga vivere una seconda giovinezza?
Longevità. Il nuovo libro di Umberto Veronesi pubblicato da Bollati Boringhieri.
17 febEcco l’anteprima pubblicata da La Stampa del 16 febbraio 2012
Il segreto di Okinawa l’isola dove si vive fino a cent’anni
di Umberto Veronesi
L’Osservatorio Diversity Management dell’Università Bocconi ha scoperto che, nelle grandi aziende italiane, la discriminazione più diffusa è quella relativa all’età
10 febL’indagine è stata svolta in venti aziende con oltre 100 addetti ed ha rilevato che la discriminazione più diffusa è quella attuata nei confronti degli over 45 (quarantacinque!) e precisamente il 55% per gli uomini e il 49% per le donne che invece percepiscono quale maggiore discriminazione quella attuata nei loro confronti in quanto donne (61%). Irrilevanti, nelle grandi aziende italiane, sarebbero le discriminazioni etniche o religiose.
leggi i dati riepilogativi (osservatorio diversity)
per approfondimenti http://www.sdabocconi.it/it/ricerca/osservatori/osservatorio_sul_diversity_management/
Un anno record per Amplifon l’ Ebitda 2011 a 140 milioni
9 feb(fonte: La Repubblica – Affari & Finanza del 6.02.12)
«L’acquisizione in Australia ci ha permesso di migliorare in modo significativo il nostro posizionamento e diventare una vera società globale, anche se ora dobbiamo completare la copertura territoriale entrando progressivamente nei territori a più alta potenzialità dell’area AsiaPacific ed estendendo la base operativa conquistata con la recente acquisizione in Turchia».
Iniziative di ampio respiro che, precisa Franco Moscetti, amministratore delegato di Amplifon, «saranno affiancate dalla storica attività mirante a rafforzare le quote di mercato nei Paesi ove siamo presenti da più tempo, ma con dimensioni ancora inferiori all’ottimale».
E questa strategia, prosegue il capo azienda, «sarà perseguita con determinazione anche perché rappresenta la strada maestra per raggiungere significativi progressi sul fronte reddituale». Un percorso che, ricordano con orgoglio, «è stato centrato con successo in molte aree operative quali Italia, Olanda, Svizzera, Australia, Nuova Zelanda e negli Usa, ove Amplifon è leader di mercato con il marchio Miracle Ear, benchmark del Gruppo in termini di profittabilità».
Negli Usa arrivano buone notizie anche dalla Sonus, che, sottolinea il capo azienda, «ha vissuto una profonda riorganizzazione con una radicale selezione dei partner e il progressivo passaggio dei punti vendita da diretti a franchising». Tale operazione è stata oggi sostanzialmente completata ed ora è scattata la seconda fase della ristrutturazione che prevede, come sottolinea Moscetti, «il focus sulla crescita poiché vogliamo passare dagli attuali 120 negozi al target minimo di 500 punti vendita entro il 2015». Una crescita a cui darà un contributo determinante l’azione in atto sulla rete Elite, che «si rivolge agli operatori indipendenti, a cui offre una vasta gamma di servizi proprio mentre ricerca le opportunità di trasformare i migliori operatori indipendenti in franchising della rete Sonus».
La crescita dimensionale è una priorità anche per Francia, Germania, Belgio, Lussemburgo e Spagna; un Paese, questo ultimo, ove Amplifon ha confermato il profilo difensivo del proprio business, dimostrando di saper centrare l’obiettivo della crescita dei ricavi nonostante il permanere di una congiuntura particolarmente difficile e di sostanziale recessione.
Ed è anche per questo che noi, continua il capo azienda, «siamo convinti di poter centrare target quali il raddoppio al 10% della quota di mercato in Germania entro il 2016 grazie anche ad acquisizioni mirate. Questo anche perché il mercato tedesco è tra i più frammentati al mondo, mentre noi abbiamo una piattaforma di oltre 190 punti vendita su cui agire».
Una strategia analoga sarà perseguita in Francia, «ove abbiamo rafforzato progressivamente al 12% circa la quota di mercato, aumentando la propria rete distributiva sino a 340 punti vendita grazie a quella crescita organica che ora dovrebbe essere affiancata da una politica di acquisizioni mirate per raggiungere entro il 2015 il target del 20% del mercato francese».
Novità sono attese anche in Uk, ove il gruppo «continua ad avere una profittabilità negativa anche se ha migliorato progressivamente i risultati» grazie a quella profonda ristrutturazione che ha rivisitato tutti i gangli dell’operatività sull’Isola alla forsennata ricerca di risparmi ed efficienze per «limitare i danni causati dalla scelta di un governo che ha deciso di fornire gratuitamente prodotti/servizi che noi vendiamo nel mondo a circa 1.500 euro. Una concorrenza sleale a fronte della quale c’è solo la speranza di un ripensamento del Governo sulle politiche assistenziali».
Noi, prosegue il capo azienda, «abbiamo fatto tutto ciò che era di nostra competenza per migliorare le nostre performance con l’obiettivo del pareggio operativo e ora siamo di fronte a tre opzioni sulle quali sceglieremo entro la fine del 2012: cogliere le opportunità di crescita di un mercato che potrà essere interessante se il Governo attuerà scelte liberali a fronte di una crisi fra le più gravi del paese; creare una partnership per migliorare la redditività tramite aumento efficienza e riduzione dei costi in attesa di uno scenario normativo migliore per valorizzare il posizionamento da coleader su un mercato storicamente importante; mettere in vendita la nostra partecipata dopo averla portata a un livello di efficienza di pura eccellenza se non verrà data soluzione a una situazione senza pari nel mondo».
Una serie di iniziative di valenza strategica i cui effetti si dispiegheranno appieno nei prossimi anni, ma già presenti nei conti in esame come dimostra un 2011 più che soddisfacente. Questo in quanto il quarto trimestre dovrebbe aver confermato quel trend dei primi nove mesi caratterizzato da una crescita del 18,1% dei ricavi e di oltre il 48% dell’Ebitda, con margini reddituali migliorati dal 12,2 al 15,3 per cento.
Il 2011 dovrebbe così chiudersi con ricavi tendenti a 830 milioni, pari a una crescita puntuale del 17,2% e di circa il 4% in termini organici, depurando cioè gli effetti delle acquisizioni. Ancora più significative le performance reddituali poiché l’Ebitda dovrebbe varcare i 140 milioni (+41%) mentre i margini dovrebbero collocarsi al 17,2% fissando il record storico del gruppo e superando l’eccellente 2006, quando l’Ebitda margin si era fissato al 17,1 per cento.
Una dinamica che nella sostanza dovrebbe essere riproposta anche in questo 2012 pur in presenza del permanere di una congiuntura difficile e con rischio recessione in molte aree ove il gruppo è attivo, a partire dall’Italia. E questo proprio perché, come ricordato, il business di Amplifon è molto difensivo in quanto i prodotti offerti sono medicali e migliorano la qualità della vita rendendo l’acquisto più necessario e meno voluttuoso. Nel contempo, sottolineano all’Amplifon, siamo molto più grandi, meglio organizzati e molto più diversificati oltreché sempre più globali. In sostanza, ricordano con orgoglio, «possiamo trasformare le minacce in opportunità e noi abbiamo le caratteristiche per fare ciò».
Il 2012 dovrebbe quindi presentare nuovi record salvo il sopraggiungere di ulteriori scossoni sul fronte della congiuntura. Amplifon dovrebbe quindi conseguire una crescita organica nell’ordine del 3% con ricavi a circa 855 milioni mentre l’Ebitda dovrebbe varcare la soglia dei 150 milioni segnando un altro record storico con margini al 17,5 per cento. Nel contempo i debiti dovrebbero scendere sotto i 300 milioni rispetto ai 350 milioni del 2011 con rapporto debiti/Ebitda inferiore a 2 rispetto a poco meno del 2,5 di fine 2011 e circa 3 del 2010, quando è stata acquisita l’australiana Nhc.
Capelli grigi power
29 genMaria Laura Rodotà (Il Corriere della Sera del 28 gennaio 2012) lancia una provocazione e invita al dibattito su
http://27esimaora.corriere.it/articolo/non-tingersi-piu-una-scelta-di-campo/
«Ma che hai fatto!? Ah. Eh. Uhm. Ehm, no, ma stai bene». O forse no. Ma la questione è un’altra. Smettere di tingersi e tenersi i capelli bianchi, più che una scelta tricologica, è considerato un memento mori.
Non da chi smette. Dai coetanei/coetanee, e oltre: quando incontrano una donna di conoscenza che ha fatto il salto e ha i capelli metallizzati, spesso reagiscono con improvviso astio. Poi tentano il corner, mugugnano un complimento; ma il malanimo rimane. Perché
hai rotto un tacito patto generazionale, quello che ci impegnava a restare tutti eterni ragazzi; perché hai svelato il vero colore dei capelli delle baby boomers, e non fa piacere.
Poi, vabbé, ci sono le nicchie. Una minoranza di maschi è favorevole, per perversione gerontofila o perché neanche loro hanno più voglia di fare i finti giovani. Una minoranza di femmine ti dice «brava, forse tra un po’ provo anch’io». Ma la maggioranza ambosessi è perplessa. Pazienza
Tutto questo per dire che io l’ho fatto, e sono contenta.
Ne scrivo perché il mio passaggio di colore, che pensavo fosse di scarso interesse anche per i miei cari, in questi mesi ha provocato una continua autocoscienza collettiva. E ha permesso di scoprire alcune chiavi interpretative della nostra realtà di Paese per semi-vecchi.
Per esempio:
i parrucchieri sono i tassinari del capello
Non perché si danno a proteste clamorose; non ne hanno bisogno. Perché tengono in scacco la comunità tricologica, instaurando un rapporto sadomasochista con le clienti (i rapporti sadomaso sono sempre sfaccettati, come sa chi conosce certe clienti). La donna è immobilizzata sul seggiolone, il parrucchiere la tinge. Dal suo punto di vista fa bene: più tinge, più guadagna. A volte — capita nel mondo sadomaso — succedono incidenti. A me, passando dall’henné alla tinta, hanno fatto i capelli verdi. Non è una battuta. Erano proprio verdi (ho i testimoni). Dopo il trauma, ho continuato per un po’ a tingermi, patendo un altro trauma; quando i capelli sono quasi tutti grigi, la tinta non è più multiforme e piena di riflessi. A meno di non vivere per le mèches, diventa un monoblocco triste e artificiale, come le tinte che fanno agli uomini certi barbieri. E indagando sugli uomini tinti, ho scoperto che:
gli uomini si tingono a loro insaputa
Al netto dei casi Scajola e Malinconico, l’insaputismo è una scorciatoia comportamentale dei maschi eterosessuali: gli consente di fare cose che desiderano ma si vergognano di ammettere. L’ho capito chiacchierando con un simpatico collega brizzolato. Che mi ha detto «guarda, stavo per cascarci anch’io. Il barbiere mi aveva proposto un gel “che scurisce naturalmente e progressivamente i capelli”. Ho rinunciato solo perché un altro cliente si lamentava, il gel gli provocava bolle in testa». Mi si è aperto un mondo: allora è così che va, il barbiere propone un ritocco insaputista, l’uomo si abitua, e poi senza troppo pensarci si colora sempre più. Fino ad assurgere a certi monocolori con riflessi tipo lucido da scarpe; sempre a sua insaputa, ovvio.
Poi, ovvio, tanti uomini non lo farebbero neanche morti. Ma per loro non è una scelta faticosa.
Per le femmine è diverso: il non-colore è una scelta di campo
«Da quando hai smesso di tingerti ho cominciato a notarne altre», mi dice la mia amica Francesca, inizialmente indignata per l’iniziativa. «Siete tutte simili, donne che hanno sempre bisogno di una sfida». «Sei proprio greca. Le donne greche non si tingono perché sono arroganti», ha detto un ateniese alla mia amica (mezza greca) Nick; che mi ha sostenuto quando, dopo le mie disavventure coloristiche, ho deciso di smettere. E forse l’arroganza è solo ritrovata fierezza; è non cercare più di mascherarsi per sembrare più giovani. È (no, sul serio) ricominciare a piacersi, sentendosi una raggiante tardona e non una vecchia Barbie. L’effetto non è immediato, bisogna tagliarsi i capelli cortissimi e aspettare. I capelli, senza tinta, riprendono vigore. E poi, sostiene la mia figlia, «invecchiando non s’imbruttisce, si cambia». Esagerata. Ma grazie a lei ho preso atto che:
le madri non dovrebbero sembrare cloni attempati delle figlie
Perché, se le figlie sono adolescenti, è il loro momento, non il nostro. Le madri conciate da sorelle sono irritanti per loro, e spesso patetiche. Meglio distinguersi causa capelli, e continuare a rubargli le magliette. Che ci stanno ancora bene. Perché:
non siamo anziane. Siamo anagraficamente avvantaggiate. Noi nate durante il baby boom siamo e saremo la fascia d’età più numerosa. Nessuno può metterci in un angolo, non i politici, non i pubblicitari, e neanche i coetanei. Basta rendersene conto.
Poi, se volete continuare a tingervi, fate come vi pare; voi sarete appagate, noi neo-metallizzate pure (però noi risparmiamo un sacco di soldi, sappiatelo).
Il futuro ha i capelli bianchi i nonni cambieranno il mondo
29 gen(fonte: Maurizio Ricci, La Repubblica. 28 gennaio 2012)
a fianco della fontana, annegata nel verde, Mario danza leggero. Fa vorticare la corda sopra la testa e i piedi saltellano sapientemente a ritmo, sul largo tombino di cemento. È un esercizio da bambine di una volta e, per chi se lo ricorda, da sportivi anche più antichi. Diciamo anni ’40, ’50, Bartali, Tiberio Mitri. Mario lo ha imparato allora, da ragazzo. Perché Mario, che ansima appena nella sua tuta celeste, ha 82 anni. Altro che Balotelli, è lui SuperMario, il Mario nazionale, il simbolo dell’Italia che verrà. Benvenuti nel secolo dei nonni, anzi, dei bisnonni, gagliardi e vispi, destinati a soffocare, con la massa dei n u m e r i , l a sparuta pattuglia dei nipoti: nel 2030, dicono i demografi, in Italia ci saranno due anziani per ogni bambino. Già oggi, ha riferito ieri l’Istat, nel nostro paese, un uomo di 65 anni può ragionevolmente aspettarsi di vivere fino al compleanno numero 83 e una donna fino al traguardo degli 86.È una rivoluzione che non abbiamo ancora neanche cominciato a digerire. Sono cinquant’anni che ci lamentiamo della carenza di asili-nido, ma la vera urgenza sono gli ospizi. Le scorte importanti in casa non sono i pannolini, ma i pannoloni. E la più cruciale emergenza edilizia è l’installazione a tappeto di ascensori. Nella storia dell’umanità, non è mai accaduto che la proporzione di persone sopra i 60 anni fosse superiore a una su venti. Adesso, siamo arrivati ad una su dieci. Nel 2050, secondo le previsioni dell’Onu, saranno una su cinque. Antonio Golini e Alessandro Rosina, che hanno curato un libro appena uscito, “Il secolo degli anziani”, definiscono questo processo “inedito, incisivo, irreversibile”. Non si è mai verificato, è destinato a sconvolgere politica, classi sociali, economia, consumi. E, visto che è il risultato di una vita più lunga e con meno figli, solo devastanti epidemieo catastrofi potrebbero rovesciarlo. Per una volta, l’Italia, uno dei paesi più vecchi e meno fecondi d’Occidente, è all’avanguardia: gli over 60 erano il 26 per cento della popolazione nel 2006, saranno il 41 per cento nel 2050. Ci batte solo il Giappone. In generale, nei paesi ricchi gli ultrasessantenni passeranno da un quinto ad un terzo. Chi pensava che, con l’arrivo in pensione, la generazione dei baby boomers sfumasse quietamente sullo sfondo, si è sbagliato di grosso. Perché è statisticamente assai probabile che, in quel 41 per cento anziani italiani del 2050, i nati del dopoguerra siano ancora una bella fetta, vociante, imperiosa, pronta a piegare il mondo alle sue esigenze, come da sessant’anni a questa parte. Anziani, infatti, è un termine generico. Tutti ci siamo accorti che ci sono in giro meno bambini di una volta e che i ranghi della terza età sono sempre più nutriti. Ma non è quella la grande novità. La vera bomba sono quelli che Golini e Rosina chiamano, poco cerimoniosamente, i “grandi anziani”. Cioè gli over 80, come SuperMario. Un secolo fa, una persona su dieci arrivava agli 80 anni. Oggi, succede a metà degli uomini e al 70 per cento delle donne. Di quel 41 per cento di popolazione anziana dell’Italia del 2050, più di un terzo sarà costituito da ultraottantenni. In attesa che, oltre alla vita, si trovi il modo di prolungare anche la gioventù, questa falange di bisnonni – molti, necessariamente, un po’ acciaccati – sommergeranno il sistema sanitario, come è già avvenuto con quello pensionistico. Ma, accanto a questi impatti, molto dibattuti, ce ne sono più generali, più ampi, più sottili. Sulla politica, ad esempio. I futuri leader dovranno tener conto di questo zoccolo inamovibile di elettori, capaci, oltre a rivendicare le proprie esigenze, di continuare serenamente a rinfacciarsi, ad un secolo di distanza, le colpe di Stalin e quelle di Mussolini. Ma anche, in generale, sull’economia. L’Italia è sempre stata un paese di grande risparmio, ma i pensionati, di regola, risparmiano meno di quanto faccia chi ancora lavora. Consumano anche meno o, almeno, non le stesse cose. Le industrie dovranno tener conto di questi nuovi consumi. Preparatevi a vedere i baby boomers reclamare macchine più alte, in cui sia più facile infilarsi, autobus più bassi, in cui sia più facile salire, telefonini e computer con i tasti più grossi. Ma, in generale, in questo paese di vecchi, è una rivoluzione culturale quella che ci aspetta. Sempre meno, scegliendo casa, ci preoccuperemo che disponga di un’ariosa stanza per i bambini. Il problema vero sarà la stanza per ospitare l’anziano genitore, se non tutt’e due. L’ospizio o la casa di riposo, infatti, dicono gli esperti, sono la soluzione sbagliata: un ghetto alienante, soprattutto per chi deve viverci a lungo. E, comunque, con un costo insopportabile: in America, calcolano che, ancor prima che negli ospizi arrivino milioni di baby boomers, l’assistenza nelle case di riposo costi 100 miliardi di dollari l’anno. Meglio, per la loro salute e il loro benessere, che gli anziani restino in casa. Anzi, che stiano nella loro casa. All’estero, spiega Giandomenico Amendola, si stanno creando costellazioni di città per anziani: dalla Florida all’Arizona, negli Stati Uniti, sulla costa mediterranea in Spagna e, in parte, in Francia. In Italia, non esistono simili spazi. La soluzione dovrà essere mantenere gli anziani nei palazzi e nei quartieri delle città in cui hanno sempre vissuto. Case, spesso, nei centri storici, vecchie, antiquate, con scale strette e ripide. La prima urgenza sociale sarà dotarle di ascensori, per non imprigionare gli anziani nei loro appartamenti. Ma che appartamenti saranno? Qui c’è da rivedere, da zero, il concetto di smart home, la casa elettronica e intelligente. Anche qui, chi pensa alla casa intelligente come un posto in cui, con un telecomando programmatore in mano, senza muoversi dalla poltrona o anche da fuori, si accendono e spengono luci, si avvia il riscaldamento, si fa partire la lavatrice, si scongela la verdura per la cena è su una falsa pista. Tutti lussi superflui. Ciò che davvero occorre è una smart home (costo prevedibile 800-1.200 euro a vano) su misura dell’anziano. Dove il cuscino del letto reagisce alla pressione e, se l’anziano si alza per andare in bagno, automaticamente si accendono le luci fino in bagno e si spengono quando poggia di nuovo la testa sul cuscino. Naturalmente, se nel giro di 30 minuti non è uscito dal bagno, scatta l’allarme. Ma questoè solo l’abc. Si è già pensato a strumenti in grado di trasmettere automaticamente, in tempo reale, i dati sul ritmo cardiaco, sulla respirazione a squadre di controllo. La casa-prototipo, studiata da alcune università americane prevede sensori sullo spazzolino da denti, sulle confezioni di medicinali, sui contenitori di cibo, per verificare che l’anziano si sia lavato i denti, abbia preso la medicina, abbia mangiato quanto occorre. Altri sensori ricostruiscono l’andatura o la postura in modo da segnalare, ai medici o ai parenti, sviluppi negativi. Nell’insieme, una casa che, magari, adesso, ci richiama, in modo inquietante, il Grande Fratello, ma che, forse, quando ci staremo dentro, ci farà pensare ad una Grande Mamma. Il paese dei nonni non è, però, una distesa di innumerevoli Titoni bavosi, consumati da una vecchiaia interminabile. Come mostra SuperMario, la vecchiaia è un concetto relativo. Golini e Rosina adottano un parametro un po’ macabro, ma efficace. Nel 1951, mediamente, una persona di 65 anni aveva davanti 13 anni di vita. Manteniamo quel differenziale di 13 anni. Il 65enne del 1951 equivale al 70enne del 1981, al 75enne del 2011, all’80enne del 2051. I dati di Golina e Rosina sono più datati rispetto agli ultimissimi dell’Istat e le proiezioni più ottimistiche. Ma il succo del ragionamento non cambia. Che vuol dire, infatti, questa scala? Che nel 2051, SuperMario, con i suoi 82 anni, avrebbe, in realtà, appena cominciato ad essere anziano. I nonni, insomma, hanno un futuro. Verrebbe quasi da dire: sono il futuro. Perché, nel paese per vecchi che ci aspetta, il problema è capire quale futuro hanno, piuttosto, davanti i nipoti. Gli ultimi vent’anni hanno radicalmente rovesciato un vecchio cliché. Nel secolo scorso, il poverotipo era la vecchina, confinata in una soffitta buia, umida e fredda, che tira avanti elemosinando minestre. Quella vecchina esiste ancora, ma il nuovo povero-tipo è completamente diverso: è giovane, istruito, precario, peggio per lui se con moglie e figlio. Se tira avanti è, probabilmente, perché la suddetta vecchina, nel frattempo, ha avuto la pensione. Questo rovesciamento di ruoli è un elemento centrale della società di oggi, dove l’inaridimento del welfare pubblico è stato reso possibile dal trasferimento dei compiti ad una sorta di welfare familiare, dove il giovane, disoccupato, resta a casa dei genitori fino a 40 anni e campa con la paghetta di papà e l’aiuto dei nonni. Antonio Schizzerotto, Ugo Trivellato e Nicola Sartor provano, in un altro libro appena uscito, “Generazionia confronto” a comparare la situazione dei giovani d’oggi con quella degli attuali nonni in marcia, ovvero chi era giovane nel dopoguerra e, poi, negli anni ’60 e ’80. Il quadro che ne risulta è quella di una desolata fine delle illusioni. I giovani di oggi sono i primi, da un secolo a questa parte, a sapere che non riusciranno a migliorare le posizioni occupazionali e sociali dei loro padri. È un amaro risveglio. Le riforme scolastiche della seconda metà del ’900 li hanno resi più istruiti e meno diseguali, nelle opportunità di educazione, sia fra ricchi e poveri, sia fra uomini e donne. Ma quell’educazione è più scadente rispetto a quella dei giovani di una volta e, soprattutto, serve di meno sia a trovare un posto che un buon stipendio. Schizzerotto, Trivellato e Sartor disegnano una sorta di U rovesciata. I giovani del dopoguerra avevano a che fare con il lavoro nero. Quelli degli anni ’60 e ’80 hanno via via sempre più ottenuto un lavoro stabile e sicuro. I giovani attuali sono tornati a confrontarsi con il lavoro precario e occasionale. Quei fortunati degli anni ’60 e ’80 sono i nonni in marcia di oggi, ma il dramma dei giovani non è semplicemente l’altra faccia dell’avanzata degli anziani. L’invecchiamento della società è un fenomeno di tutto l’Occidente. Ma, all’estero, spiegano gli autori di “Generazioni a confronto”, i giovani hanno occupazioni meno precarie, a parità di istruzione hanno stipendi più alti e il welfare è pensato per proteggerli di più. Si può vivere con nonno, senza invidiarlo.
- MAURIZIO RICCI




